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La Famiglia!


fotografia
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L’Albero. Genealogia recente di una Famiglia milanese

Spesso, ognuno di noi esprime un pensiero conciliatorio e dialettico: a proposito della Fotografia, e del suo apprezzamento e della sua frequentazione volontaria e consapevole, si può anche precisare “qualsiasi cosa questa significhi per ciascuno di noi”. Così dicendo, così inquadrando (è il caso), intendiamo la massima libertà individuale e concediamo i più estesi propositi che ciascuno di noi ha diritto di perseguire. E, forse, ne ha anche il dovere. Ovverosia, comprendiamo e intendiamo che ognuno può e deve frequentare la Fotografia per quanto ne intenda ricevere sostegno e intenzione di esistenza: anche qui, qualsiasi cosa questa significhi per ciascuno di noi.

Approdato a un’età anagrafica che facilita e suggerisce l’osservazione pacata, la riflessione intima e la partecipazione intelligente, peraltro rasserenata da altri equilibri vitali pertinenti -ma non sono questi ultimi così determinanti-, da tempo, il dotato Giovanni Cabassi può scartare a lato le urgenze quotidiane della fotografia professionale, che ha frequentato e onorato per decenni, per finalizzare la propria saggezza/sensatezza fotografica in altra direzione, che non quella della fretta e della impellenza.

Per essere espliciti, oltre che per rivelare competenza di considerazioni (le nostre, qui e oggi), prima di occuparci del maestoso e solenne progetto fotografico L’Albero. Genealogia recente di una Famiglia milanese, al quale stiamo per riferirci, è giocoforza richiamare quella fotografia dell’intimo, quella fotografia della partecipazione emotiva, che -una decina di anni fa- approdò alla intensa selezione Mad. Moto Arte Design, in convinta e consapevole frequentazione di una propria interpretazione di vita, che si concretizza nella filosofia della motocicletta (all’esposizione degli originali, al Palazzo del Ghiaccio, di Milano, nell’autunno 2007, sopravvive una raccolta di avvincenti e convincenti schede fotografiche e descrittive dei singoli soggetti). Filosofia che molti di noi, tra i quali ci iscriviamo e inseriamo, rimandano alla letteratura di Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che poco o tanto (a ciascuno, il proprio) ha a che vedere con Lo Zen e con la motocicletta, ma tanto richiama della Vita (di Robert M. Pirsig, del 1974, che ufficialmente scrive in forma autobiografica, raccontando un viaggio dal Minnesota alla California, con il figlio Chris, ma che -ufficiosamente- racconta di ciascuno di noi… una volta ancora, noi stessi compresi).

Così che, magari involontariamente -ma chi può affermarlo?-, persino nella consecuzione di queste due azioni fotografiche temporalmente successive una all’altra, ma addirittura tra loro in qualche modo conseguenti, Giovanni Cabassi rivela come e quanto la Fotografia significhi qualcosa per molti… lui, sopra tutti, prima di tutti.

Attraverso la Fotografia e con la Fotografia, indipendentemente dal soggetto manifesto ed esplicito (dagli still life di motociclette a ritratti posati), compie un’azione di Vita, della quale gli dobbiamo essere (quantomeno) grati. Infatti, non contano mai i soggetti, per quanto siano oggettivamente necessari, ma è sempre il cuore che guida l’azione della Fotografia… ci piaccia o meno, inviolabile gesto d’amore. E, dunque, in ulteriore ripetizione di nostra convinzione, siamo certi che si può raggiungere il bene solo attraverso il libero scambio di idee, che qui, che ora, si manifestano in forma e dimensione fotografiche.

In allineamento con un elemento naturale, che poi scandisce anche il ritmo del progetto, sia in forma di allestimento scenico, sia in dimensione di monografia (a tiratura controllata e diffusione indirizzata), L’Albero. Genealogia recente di una Famiglia milaneseassolve e risolve esattamente quello che il titolo anticipa e promette. Dunque, e in concreto: sia Albero, che segna passaggi e anticipa capitoli in forma palese di pianta, in una scelta non casuale, ma finalizzata e mirata, sia Albero genealogico, che scandisce tempi e modi di una dinastia (oltre che famiglia), attraverso i volti dei relativi protagonisti.

Eccolo qui, l’Albero genealogico, conteggiato dai capostipiti Giuseppe Cabassi (1929-1992) e Laura Mastracchi Manes (6 aprile1940), i cui otto figli, con Giovanni primogenito (10 luglio 1957), hanno avviato una genìa fedele al princìpio (biblico?) secondo il quale bisogna crescere e moltiplicarsi.

In passo fotografico, che ha scandito anche la sua vita adulta, Giovanni Cabassi ha convocato tutti i discendenti in sala di posa, per una qualità e quantità di ritratti che sillabano addirittura questa progressione. E noi, dal nostro punto di vista orientato (verso lo scambio di idee, verso l’osservazione, piuttosto del giudizio, verso il pensare, invece di credere: in ripetizione più che dovuta), rileviamo come la forma apparente del ritratto assolva la sostanza di un contenuto narrativo di sintesi ben superiore. Per quanto anche lo siano, questi incessanti centoventidue ritratti [qui in quantità ridotta, per motivi contingenti e logistici] non sono specchio di se stessi, ma tessere di un racconto che supera ciò che è a tutti visibile, per raccontare intimità e cadenze trasversali.

Certo, dal punto di vista milanese, quale è il nostro (volente o nolente), il richiamo “Cabassi” assume significati di sostanza, in considerazione del fatto che si tratta di una delle dinastie più influenti sulla vita della città. Ma non è questo che conta, per quanto abbia valori propri e meriti attenzione autonoma. Quello che autenticamente fa la differenza è il passo, la cadenza del racconto, che non richiama istantanee nel tempo, ma declina una Fotografia d’autore, di Giovanni Cabassi, diretta ed esplicita, in proprio linguaggio, lessico, ortografia e grammatica espressiva. Ed è su e con questa interpretazione che bisogna sintonizzarsi. Testuale, in accompagnamento della monografia (ribadiamolo, a tiratura controllata e diffusione indirizzata), con indirizzo ai soggetti: «Tutti insieme si chiamano bosco. Tutti insieme ci chiamiamo famiglia. Quanta diversità e quante analogie, quante forme, quanti germogli e spine e rami spezzati, quanta ombra accogliente e frutti ristoratori, negli alberi così come in noi tutti.

«Sì, siamo proprio un bosco in continua espansione che muta in modo incredibile e sorprendente, un bosco che cresce un po’ qui e un po’ lì, si aggrappa alla montagna, affonda radici nella sabbia, cresce vigoroso lungo il fiume, o in una tranquilla pianura. Un Albero Genealogico è -innanzi tutto- un albero. Per definizione. Non si chiama lista, elenco, fila, scaletta, reparto, o settore. Si chiama Albero, e questo mi piace tanto.

«Vi chiedo di affrontare la visione di queste pagine di ritratti con un po’ d’ironia -proprio come fanno gli alberi quando sorridono felici per il vento che gli fa il solletico- senza prendere troppo sul serio i nostri visi meravigliosamente segnati dal tempo e riportati sulla carta nel mio modo un po’ crudo e indubbiamente iperrealista […]».

Del resto, la domanda è sempre implicita. Perché fotografare, perché esprimersi in questo linguaggio. Non lo si fa mai per vanità (non lo si dovrebbe fare mai per vanità), ma per gesto d’amore, qualsivoglia sia il proprio indirizzo formale. E questo, di Giovanni Cabassi, è giusto un gesto d’amore che arricchisce quel terreno della Fotografia entro il quale ognuno di noi ama ritrovarsi… qualsiasi cosa questo significhi per ciascuno di noi. E se anche la mediazione formale è frutto/fonte di assimilazione e partecipazione, l’autore è generoso nella propria rivelazione. Dà senso e valore al gesto, proiettato verso il contenuto più e più intensamente di quanto qualche visione superficiale potrebbe credere e liquidare: «I ritratti di L’Albero sono stati ripresi in tre studi differenti: la maggior parte, in quello che fu il salotto e la sala da pranzo della mia vecchia casa di via Piranesi 10. Per una fredda giornata di dicembre, ho allestito il semplice set nel capannone di Lacchiarella. Le ultime fotografie sono state realizzate nel nuovo studio di viale Papiniano 8.

«Ho usato, come unica fonte di luce, un flash Elinchrom 3000 watt, con un grande diffusore Octa posto alla sinistra dei soggetti.

«Macchine fotografiche formato 6x6cm: Hasselblad 500C/M e 501C/M per la maggior parte delle fotografie. La 553ELX a motore, con il lungo cavo per l’autoscatto, nelle immagini dove io sono presente. Obiettivi: Carl Zeiss T* Planar 80mm f/2,8, per le figure intere, Carl Zeiss T* Planar 100mm f/3,5, per i mezzi busti, e Carl Zeiss T* Makro-Planar 120mm f/5,6, per i primi piani. Per gli alberi, ho utilizzato l’Hasselblad SWC/M con il Carl Zeiss T* Biogon 38mm f/4,5, l’Hasselblad 203FE con lo zoom FE 60-120mm f/4,8 e l’Hasselblad 501C/M con il Carl Zeiss T* Planar 80mm f/2,8 CFI.

«Pellicole negative in bianconero Fujifilm Neopan Acros 100 e Kodak Tri-X 400. Il fondale realizzato da Luigi Camarilla, circa venticinque anni fa, è una tela leggera di cotone di sessanta metri quadrati dipinta a mano. Le stampe realizzate da Jacopo Anti sono state ingrandite su carta fotografica baritata ai sali d’argento Ilford MG Classic».

Cosa c’entra tutto questo con la creatività, con l’espressività, con il risultato finale? Poco o tanto… a ciascuno il proprio. Però, ricordiamoci, da e con Harry G. Frankfurt, professore emerito di filosofia morale all’Università di Princeton, Stati Uniti: «Nei tempi antichi, artisti e artigiani non si concedevano scorciatoie. Lavoravano con attenzione, e curavano ogni aspetto della loro opera. Prendevano in considerazione ogni parte del prodotto, e ciascuna era progettata e realizzata esattamente come avrebbe dovuto. Non allentavano la loro attenta autodisciplina nemmeno riguardo ad aspetti che di norma non sarebbero stati visibili. Anche se nessuno si sarebbe mai accorto di tali imperfezioni, loro dovevano rispondere alla propria coscienza. Perciò, non si nascondeva lo sporco sotto il tappeto».

Forma per il contenuto.





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