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Niente d’altro


fotografia
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descrizione

Contraffazioni confortanti

a cura di Angelo Galantini

Per quanto la stampa attuale, per presentazione in allestimento scenico, appiattisca molto in una omogeneità di sostanza, una serie di fotografie di alberghi, realizzate nei decenni dai Trenta ai Cinquanta (deduzione) e finalizzate a una produzione di cartoline illustrate (ancora, deduzione) lascia trasparire massicci interventi di ritocco delle stampe bianconero originarie: alcune delle quali presentate in originale. Sì, ingerenze e intromissioni fotografiche che hanno modificato la realtà. Ma, allo stesso momento e per intenzione esplicita, l’hanno interpretata in una logica di finzione fondamentalmente concordata con gli osservatori, con i fruitori. Così può anche non essere, ma così vorremmo che fosse. E crediamo che sia.

Comunque, un ritrovamento del Caso. E subito si impongono due considerazioni… almeno due. Una, fondamentale e basilare: per quanto il Caso sia autenticamente tale -caso-, in qualche modo e misura è condizionato e indirizzato da azioni originarie. Ovverosia, se si hanno rapporti intimi e sessuali forsennati e incontrollati -diciamola così-, per Caso si possono contrarre malattie infettive e dilaganti; diversamente, se si entra in una libreria antiquaria, per Caso si possono rintracciare testi e volumi preziosi per la propria esistenza; ancora, e qui approdiamo, se si frequentano mercatini dell’usato, per Caso si possono rintracciare oggetti e manufatti di straordinaria stravaganza e singolarità. Due, non certo secondaria: vagando senza meta prestabilita e preordinata, non si cerca nulla in particolare, ma sono gli stessi oggetti che ci vengono incontro, che ci raggiungono (anche nel cuore), che arrivano al fatidico appuntamento.

E questo, sia chiaro, vale anche per quella fantastica fotografia flânerie, che ha tracciato solchi indelebili nel linguaggio visivo del secondo Novecento: da Henri Cartier-Bresson a Willy Ronis, da Robert Doisneau all’italiano Gianni Berengo Gardin, a tanti altri autori, sconsideratamente e semplicisticamente ricondotti al fotogiornalismo, senza tenere adeguatamente conto che la fotografia del vero e dal vero ha ben più profonde radici espressive e che -riducendolo così ai minimi termini- il massificato fotogiornalismo finisce per contenere più dissonanze che armonie. Altro discorso, ma gran bel discorso.

Rientrando in argomento… ancora un ritrovamento del Caso. In un mercatino antiquario e di modernariato, di quelli che ormai proliferano su tutto il territorio nazionale, spesso spacciando per appetibili orrori del recente passato (anche questo, altro discorso), è stata rintracciata e recuperata una preziosa quantità di sessantasei stampe fotografiche bianconero 18x24cm (circa), montate su cartoncino nero di supporto e protette da una carta velina, spesso con cornice bianca di finitura, probabilmente per presentazione accurata, elegante e confortante al proprio cliente (del tempo). Sul retro, l’indicazione di provenienza: Molteni, fotolitista o zincografista lombardo del passato remoto, databile nei decenni dai Trenta ai Cinquanta.

Le stampe sono abbondantemente e consistentemente ritoccate, fino a una minuziosa cura dei dettagli, spesso benevolmente interpretati, altrettanto frequentemente inventati di sana pianta (soprattutto nelle visioni d’esterno, ricche di cieli fascinosamente nuvolosi). A parte la nostra attuale riproduzione in ingrandimenti scenici -purtroppo omogeneizzata dal processo standardizzato di stampa a getto di in inchiostro-, sarebbe proprio il caso di osservare e valutare gli originali fotografici, che rivelano l’entità e spessore degli interventi di ritocco, disegno e ricostruzione: non potendolo fare, se non in presenza degli originali in accompagnamento (alcuni, qui proposti), ci si fidi delle nostre considerazioni e osservazioni. Tanto più che, a ben considerare, per quanto estranea alla raffinatezza delle stampe originarie, la nostra riproduzione non nasconde di certo l’essenza degli interventi manuali, assolutamente individuabili, pienamente identificabili.

Per quanto deduttivo, l’accertamento di cosa si tratti è presto scoperto e rivelato; di sicuro, si tratta di originali fotografici dai quali sono state ricavate cartoline promozionali dei soggetti illustrati: tutti alberghi di rilievo e prestigio del lungo periodo che si prolunga nei decenni a cavallo della Seconda guerra mondiale. Tenuto conto della collocazione certa della Lombardia, se ne ricava anche l’indicazione di luoghi di vacanza e svago dell’alta borghesia milanese del periodo (anche media, in certi casi): a Nord, verso i Laghi; a sud, sulla riviera ligure.

L’esuberante ritocco, spesso sovrabbondante, sempre minuzioso, ha dato vita e visibilità a improbabili cieli nuvolosi, ha ripulito facciate, ha liberato strade e ha impreziosito sale interne. Nulla è reale, per quanto tutto intenda essere realistico.

E qui interviene il linguaggio della fotografia quotidiana. Non quella che compone i tratti della propria Storia evolutiva, sintetizzata e raccontata in maniera mirabile da molti, che ne hanno ripercorso gli straordinari passi e tempi, ma quella che definisce qualcosa d’altro, forse di più considerevole e sostanzioso: come e quanto la fotografia interviene nella nostra vita.

Nella propria edizione in cartolina, che abbiamo dedotto (e qui ipotizziamo), queste fotografie di alberghi mentono: non raccontano la realtà effettiva, ma la interpretano e declinano così come il pubblico intende percepirla e fruirne. In coniugazione attuale, si tratta di una finzione che ancora oggi -come sempre- accompagna, fino a definirne i tratti, la fotografia pubblicitaria e promozionale. Ancora, si tratta di una finzione amorevole e teorica, che riscontriamo persino nelle sceneggiature e scenografie delle serie televisive che oggigiorno attraversano tutte le emittenti: non realtà, nuda e cruda, ma dottori premurosi e preoccupati dei propri pazienti, servizi di polizia efficaci e dotati di strumentazioni d’alta tecnologia (a proposito, dopo un Csi qualsiasi, provatevi a frequentare un commissariato italiano di polizia), svolgimenti accomodanti e tanto altro ancora.

Finalizzato alla finzione (menzogna), il ritocco fotografico mette ordine nel disordine, appiana incoerenze, elimina sconnessioni. Un lungo passo indietro, fin quasi alle origini: il celebre ritrattista parigino Nadar (1820-1910), uno dei più grandi in assoluto della Storia, ha sostenuto che il ritocco «a un tempo eccellente e detestabile, apre una nuova era per la fotografia». Appunto: «nuova era per la fotografia»; ancora appunto: «a un tempo eccellente e detestabile». Ovvero, non esistono considerazioni assolute e inderogabili, ma si impongono valutazioni attente e relative.

Da cui, giocoforza richiamare l’inutile dibattito che ancora investe l’essenza della fotografia nell’epoca della propria personalità ad acquisizione (e gestione) digitale di immagini. Si è trattato di una rivoluzione di sostanza, con straordinarie implicazioni: molte utilitaristiche, altrettante espressive.

Si abusa delle manipolazioni e interventi sull’immagine? Per certi versi, non tutti, non ce frega niente.

Si mente con la Fotografia? Bene! Così facendo, le si restituisce la dignità che le è stata depredata dall’orrenda qualifica di oggettività realistica. Si mente a parole, perché non si dovrebbe farlo, poterlo fare, anche con le immagini?

Ovviamente, da questo escludiamo l’inganno giornalistico. Se una fotografia di cronaca dovesse essere manipolata, il pubblico deve esserne informato, messo sull’avviso, deve essere avvertito che si tratta di una “illustrazione”, alla maniera, per intenderci, delle tavole di Walter Molino sulle copertine delle Domenica del Corriere di buona memoria: questo è il fatto (circa), non si è svolto proprio così, ma così ve lo proponiamo.

Siccome personalmente non ci schieriamo mai con nessuno, figuratevi se ci associamo ai puristi assoluti, che considerano l’immagine sacra e inviolabile (a proposito, W. Eugene Smith, valutato uno dei padri del fotoreportage di impegno, anche sociale, non ha mai disdegnato di modificare in camera oscura alcune proprie composizioni).

Del resto, ancora prima di pensare a interventi modificatori, oggi in comoda e semplice postproduzione digitale, ieri l’altro in subordine a capacità individuali in camera oscura e dintorni (come sottolineano, evidenziandolo, le fotografie di alberghi qui presentate), bisogna annotare che la fotografia dipende comunque da interpretazioni e volontà individuali dell’autore: che stabilisce cosa e quanto includere nella propria inquadratura, cosa e quanto escludere dalla composizione, da che punto osservare e con che prospettiva raffigurare il proprio soggetto. Dunque, in un certo senso, il dibattito sulle possibilità attuali di facile manipolazione è sostanzialmente mal posto.

Sollecitati alla considerazione dal ritrovamento di questi fantastici ritocchi di alberghi dei decenni trascorsi, facciamo prezioso tesoro di vivere con una Fotografia definita anche dalla propria falsificazione tecnica… finalizzata al sogno e alla gratificazione di chi ne fruisce.

Allora. Non ci scandalizzano questi ritocchi dai quali siamo partiti oggi, e ai quali siamo altresì approdati. Non ci impressionano le manipolazioni possibili e applicabili in atteggiamento digitale. La fotografia è anche fantasia e visione onirica. Laddove non introduce inganni truffaldini, sia condivisa con la serenità con la quale vorremmo convivere giorno per giorno, ora per ora.

Quanto è incantevole e magnifico l’ordine tratteggiato dai consistenti ritocchi alla realtà che trasuda dalle fotografie di alberghi che abbiamo rintracciato e recuperato! Quanto è incantevole l’evocazione che queste immagini, in forma popolare di cartolina, hanno trasmesso! Se tutto questo ha rallegrato qualche cuore e qualche animo… la fotografia ha svolto bene uno dei propri mandati. Ha interpretato al meglio una delle proprie funzioni.

Niente d’altro.





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